Prima Vista Senza Impegno

Siječanj 20th, 2015

“Non si può curare ciò che non si conosce”: la diagnosi è il primo atto, il più importante. Proprio per questo Clinica Dentale ha scelto di garantire una prima visita senza impegno, dove il team diagnostico è a disposizione per elaborare un piano di cura personalizzato.
Dopo la visita con lo specialista, vi consegneremo il preventivo gratuito e senza impegno, precedentemente discusso, che rimarrà in vostro possesso e saranno a vostra disposizione per spiegare con estrema precisione ogni singolo aspetto.

Denti e capelli in salute? Il segreto è sempre la cheratina

Siječanj 11th, 2015


Uno studio USA ha individuato un legame tra la salute dei denti e quella dei capelli: il segreto è la cheratina, la proteina costituiva del capello che è anche necessaria allo smalto dentale.
In effetti conosciamo questa proteina soprattutto perché viene spesso usata nelle cure contro la caduta dei capelli o per migliorare l’aspetto e la robustezza delle chiome, ma in effetti la cheratina è anche necessari allo smalto dentale, quell’involucro duro e lucido che protegge il dente dall’azione corrosiva di acidi e agenti patogeni.

Pertanto, secondo i ricercatori, quando si verifichino alterazioni, deficit nella produzione della cheratina dei capelli, a risentirne sarebbe anche la salute dentale, con una maggiore predisposizione alla carie. Lo smalto dentale è la sostanza più dura prodotta dal nostro corpo, esso si compone soprattutto di minerali, ma anche di materiale organico che finora non era mai stato completamente analizzato.

La dott.ssa Morasso e il suo team hanno perciò deciso di esaminare lo smalto dei denti di 386 bambini e 706 adulti, scoprendo che proprio la cheratina, la proteina costitutiva del capello, è cruciale anche nel mantenimento delle ottimali condizioni di salute del rivestimento dentale, soprattutto nella dentatura degli adulti, di cui costituisce elemento essenziale.

Ebbene, proprio partendo da questa scoperta e dai test genetici del campione che ha partecipato allo studio, i ricercatori hanno individuato tre mutazioni genetiche della cheratina del capello che, nei soggetti portatori, sono anche indicatori di maggiori rischi di carie dentale.

In pratica chi ha una cheratina del capello “debole”, ha anche uno smalto dentale più fragile e soggetto ad erosione. La scoperta permetterà pertanto di smettere a punto in un prossimo futuro terapie combinate a base di cheratina utili a prevenire anche le malattie dentali più comuni.

Pertanto, curare la salute dei propri capelli assumendo cibi ricchi di minerali che aiutino il corpo a produrre più cheratina potrebbe avare ricadute positive anche sulla salute del nostro sorriso.Buono a sapersi.

http://www.studiodentisticocroazia.com

 

ORTODONZIA: CURA DELLE MALOCCLUSIONI

Siječanj 3rd, 2015

L’ortodonzia é il settore dell’odontoiatria che si occupa della diagnosi, della prevenzione e della cura delle malocclusioni, presenti qualora vi sia una cattiva relazione di combaciamento fra l’arcata dentaria superiore (mascellare) e quella inferiore (mandibolare).

Le malocclusioni sono prodotte da anomalie della posizione e dello sviluppo dei denti (disallineamento dentale) e da alterazioni costituzionali delle ossa mascellari e mandibolari.

Obiettivo dell’ortodonzia é trattare e correggere tali anomalie che possono avere ripercussioni importanti sia a livello funzionale che estetico, inducendo disturbi a carico della muscolatura masticatoria e delle articolazioni temporo-mandibolari.

Le malocclusioni dentali inoltre (anche in situazioni di compromissione non grave), provocano significative alterazioni dell’equilibrio fra struttura dentale, strutture ossee, muscolari e tendinee ad essa collegata e sistema neuromuscolare e osteoarticolare.

Ciò significa che le patologie occlusive possono agire negativamente a livello della colonna vertebrale e a livello cranico, provocando cefaleesquilibri posturalialgie cervicali e vertebrali, disturbi della vista e dell’udito.

L’ortodonzia moderna non si limita dunque al corretto allineamento dei denti ma promuove il raggiungimento di un equilibrio ottimale fra efficienza della masticazione, salute dentale, estetica del sorriso e benessere complessivo del paziente.

Diagnosi dentale in Croazia

Prosinac 23rd, 2014

Diagnosi nella clinica dentale in Croazia

Prima visita dentistica gratuita con radiografia panoramica dentale e fotografie digitali
La prima visita dentistica è fondamentale per effettuare una diagnosi dentale accurata che consenta di evidenziare lo stato di salute denti e stabilire così un piano di cura risolutivo dei problemi esistenti o di prevenzione rispetto a tendenze.
Scopri i prezzi per la diagnosi dentale in Croazia, comprensivi di visita dentistica e panoramica dentale gratuita.
patologiche conclamate. In Clinica Dentale Croazia la prima visita dentistica è gratuita e senza impegno e prevede una diagnosi dentale che comprende:
divalutazione della condizione attuale dei denti,
valutazione della masticazione,
valutazione delle gengive e della mucosa orale,
radiografia panoramica dentale digitale (ortopantomografia),
fotografie digitali,
realizzazione di un piano di cura personalizzato,
preventivo.

La frutta secca e salute dentale

Prosinac 13th, 2014

La frutta secca e’ piena di proteine, minerali ed acidi grassi Omega-3 e fa miracoli per la salute del corpo umano. Tra l’altro e’ anche ottima per la salute dei denti perche’ e’ ricca di calcio, magnesio, fosforo e diverse vitamine. Quale frutta secca vi piace di piu’?

Dentaliano: la lingua che tutti i pazienti parlano, e tutti i dottori capiscono.

Prosinac 7th, 2014

http://www.dentisti-croazia.it/info-turismo-dentale-croazia.php

Gli impianti migliorano la qualità della vita …!

Studeni 26th, 2014

 

Un nuovo rapporto, pubblicato come articolo principale sull’ “International Journal of Oral & Maxillofacial Implants” mostra che gli impianti dentali rappresentano un’alternativa “cost-effective” – ossia dal miglior rapporto costi/benefici –  rispetto ai tradizionali trattamenti di sostituzione dei denti, leggasi… le dentiere!

Il rapporto si basa su una disamina sistematica di tutti gli studi disponibili pubblicati in lingua inglese tra il 2000 e il 2010 riguardanti il rapporto costi/benefici a lungo termine di varie opzioni di “sostituzione di denti”. In totale sono stati messi a confronto 14 studi ed il rapporto finale ha mostrato le seguenti conclusioni:

Nei casi di sostituzione di singoli denti, le soluzioni di implantologia erano generalmente o convenienti già nel breve o comunque convenienti nel lungo periodo in relazione alle tradizionali protesi sostenute da denti (i “ponti”).

Per pazienti con dentatura completa da sostituire, le soluzioni sostenute da impianti erano associate a più alti costi iniziali rispetto alle tradizionali dentiere mobili. Tuttavia, la maggioranza degli studi conveniva sul fatto che, nel lungo periodo, gli impianti dentali rappresentino la soluzione migliore in termini di costi complessivi. Oltre a ciò, illivello di accettazione da parte del paziente, la soddisfazione e la disponibilità a pagare per impianti dentali risultano elevati, specialmente in pazienti anziani con arcate gengivali completamente prive di denti.  Viene anche riferito un trend verso una miglior qualità della vita collegata alla salute orale nel suo complesso e minori costilegati alle cure di manutenzione.

L’obiettivo principale di questo rapporto era di condurre una ricerca esauriente e di consolidare tutte le scoperte rilevanti in un unico documento che potesse servire da singolo punto di riferimento sia per i professionisti della salute della bocca che per i pazienti. Il fatto che sia stato pubblicato da un giornale scientifico con revisione paritaria avvalora la qualità della ricerca degli autori.

COS’È L’ENDODONZIA?

Studeni 18th, 2014

L’Endodonzia è la scienza medica, nell’ambito dell’Odontoiatria, che ha per oggetto i tessuti interni del dente, le patologie e i trattamenti correlati. Quando questi tessuti o i tessuti che circondano la radice dentale si ammalano o danneggiano a causa di carie o traumi, il trattamento endodonticopermette di salvare il dente.

Cos’è un trattamento endodontico, o cura canalare o “devitalizzazione” del dente?
Il trattamento endodontico è un intervento odontoiatrico ambulatoriale che si rende necessario quando la polpa (il tessuto molle interno al dente) è infiammata o infetta per un danno provocato da una carie profonda, dall’esito di interventi sul dente, o da un trauma (grave e improvviso o più leggero ma ripetuto) che ha provocato frattura o scheggiatura o incrinatura profonda.
La polpa dentaria, contenuta all’interno dei denti, popolarmente nota come nervo del dente, è in realtà un tessuto altamente specializzato costituito da arterie, vene, terminazioni nervose e cellule connettivali. Nell’età dello sviluppo questo tessuto ha la funzione di formare la struttura portante calcificata del dente (dentina); nell’adulto, ad accrescimento completato, la polpa – ormai assottigliata – resta confinata nella camera pulpare e nei canali radicolari, con funzioni residuali di sensibilità al freddo e idratazione della dentina.
A perturbare lo stato di salute pulpare possono intervenire varie situazioni patologiche, la più frequente delle quali è di gran lunga la carie dentaria (vedi oltre), ossia la decalcificazione e distruzione progressiva dei tessuti duri del dente per l’azione di microrganismi presenti nellaplacca batterica. Se non si interviene tempestivamente la cavità prodotta dalla carie si ingrandisce e approfondisce ed estende finché la polpa viene raggiunta dai batteri con trasformazioni irreversibili dovute all’infezione. Quando si arriva a questo stadio la cura conservativa che consente di mantenere il dente evitando l’estrazione è la terapiaendodontica, o cura canalare o anche più impropriamente devitalizzazione. In generale l’Endodonzia mira a conservare i denti che hanno ricevuto un danno grave della loro struttura che ha portato all’infezione e alla necrosi della polpa, con ripercussioni acute o croniche dei tessuti circostanti, più o meno dolorose. La moderna Endodonzia si avvale di strumenti sofisticati per la diagnosi e la terapia, quali lo stereomicroscopio operatorio, i biomateriali innovativi, la strumentazione in leghe speciali.
Quali segni indicano la presenza di una carie?
La carie può non dare alcun segno precoce della sua presenza, oppure i sintomi sono tanto lievi da non indurre preoccupazione. Questo avviene soprattutto nei primi stadi, ma spesso anche di fronte alla completa distruzione del dente il paziente può non riferire alcun fastidio particolare e mostrarsi anzi sorpreso di quanto avvenuto senza dolore. Solo con il controllo periodico dal dentista – che va effettuato anche in assenza di dolore – è possibile verificarne la presenza fino dai primissimi stadi e intervenire con una terapia precoce e quindi limitata, minimizzando i danni e scongiurando dolori improvvisi e cure in regime di urgenza. Il dolore perciò, nel caso dei denti, non è un segnale di allerta affidabile e neanche un indice di gravità del danno: la soluzione è la visita periodica dal dentista.
L’eccessiva sensibilità al freddo è un sintomo da tenere in considerazione, ma non è un indice univoco della presenza di una carie. Può essere causata anche dalla scopertura a livello deicolletti (la parte dei denti prossima alla gengiva) per malattia parodontale, per abrasione da spazzolino da denti usato in maniera scorretta, oppure per una particolare acidità del cavo orale (erosione da eccessiva assunzione di cibi acidi come agrumi o aceto, o ancora per situazioni patologiche quali il reflusso gastroesofageo). Anche il digrignamento (bruxismo), o incrinature/fratture possono dar luogo a ipersensibilità al freddo.
Oltretutto il segno del dolore al freddo o anche ai cibi dolci o salati è completamente assente nei denti già trattati endodonticamente. E’ la polpa la parte sensibile e se la polpa è in necrosi, o è stata asportata per una pregressa terapia canalare, questo sintomo viene a mancare. Da notare a questo proposito che la carie attacca indifferentemente e con la stessa intensità sia denti sani, sia denti precedentemente curati o devitalizzati.
Escluse le situazioni elencate sopra, quando la sintomatologia caldo, freddo, dolce, salato è accompagnata da un dolore più o meno localizzato che perdura per un certo tempo successivamente allo stimolo, questo rappresenta un segno evidente della presenza di una carie già allo stato avanzato. Il danno si estende in rapida progressione e se non intercettato in tempo porta inevitabilmente a fenomeni dolorosi di pulpite (infiammazione acuta) e necrosi(morte cellulare) della polpa del dente stesso. La cura in questa fase tardiva non è più la rimozione della parte cariata e un’otturazione più o meno estesa, ma è necessitano il trattamento endodontico (o cura canalare, detta anche devitalizzazione o canalizzazione).
Il trattamento endodontico
In cosa consiste?
Il trattamento endodontico (o cura canalare anche detto devitalizzazione o canalizzazione) consiste nella rimozione della polpa (nervo dentale) infiammata e infetta, presente all’interno del dente e per tutta la lunghezza delle radici, e nella sua sostituzione con un’otturazione permanente in guttaperca e cemento canalare, previa adeguata detersione e sagomatura dei canali radicolari.
Cosa si ottiene con il trattamento endodontico?
Il risultato è che il dente non sarà più un serbatoio infettivo e, dopo un’adeguata ricostruzione della corona, potrà continuare a svolgere le stesse funzioni di un dente integro. La percentuale di successo di una cura canalare corretta è, in condizioni normali, elevatissima. La percentuale diminuisce nei casi di ritrattamento endodontico, quando cioè è necessario ripetere la procedura per un insuccesso precedente (errori d’esecuzione, complessità anatomiche, difficoltà obiettive)
Quanto tempo richiede?
Il trattamento endodontico è ormai veloce anche per i molari, grazie alle nuove tecniche e alle moderne apparecchiature a disposizione. Le fasi operative sono le seguenti:
Anestesia locale per neutralizzare il dolore anche nei casi con polpa ancora sensibile
Ricostruzione provvisoria della corona dentale quando questa è molto distrutta, allo scopo di eliminare tutta la carie senza rinunciare alle pareti della cavità del dente (contenimento dei liquidi disinfettanti e aggancio del foglio di gomma isolante)
Isolamento del campo operatorio mediante la diga di gomma (mezzo imprescindibile per una buona riuscita della cura canalare) consistente in un foglio di lattice di gomma teso da un archetto e tenuto fermo da un gancio posto intorno al dente da curare o a un dente vicino.
Apertura della camera pulpare: accesso alla polpa attraverso una cavità preparata dal lato masticante del dente
Reperimento del o dei canali radicolari con l’ausilio di ingrandimenti ottici.
Misurazione della lunghezza di lavoro ossia di ciascun canale presente (da un riferimento sulla corona fino all’apice radicolare) mediante una radiografia e un localizzatore elettronico d’apice (la dose di radiazione assorbita nell’esecuzione di una radiografia ad uso odontoiatrico è minima).
Strumentazione dei canali mediante strumenti endodontici che asportano la polpa canalare, contaminata dai batteri e sostanze infette, creando nel medesimo tempo una forma delle pareti adatta a una completa otturazione.
Lavaggi con ipoclorito di sodio, potente disinfettante, per ottenere un ambiente il più possibile pulito e asettico
Otturazione canalare mediante guttaperca, materiale plastico e modellabile con il calore, associato a un cemento canalare
Ricostruzione della corona
Controllo radiografico della fine della cura
Eventuale protesi fissa (corona o ponte)
La Cura Canalare può far male?
Durante il trattamento endodontico il dolore è sotto controllo grazie all’anestesia locale.Un indolenzimento, che può essere soggettivamente più o meno fastidioso, può essere presente dopo la terapia, ma è facilmente controllabile con un comune analgesico. Raramente, in radici particolarmente infette, può svilupparsi un ascesso con dolore e gonfiore a causa del passaggio di batteri nell’osso che circonda le radici. L’insorgenza di queste complicanze non pregiudica necessariamente il successo del trattamento in corso.

MOBILITA’ DEI DENTI

Studeni 5th, 2014

Si muovono i denti: che succede?
A molti sarà già capitato di sentire uno o più denti muoversi, e oscillare sotto la spinta della lingua o durante la masticazione.
Cominciando a trattare questo argomento, è doveroso ricordare subito che i denti non hanno una posizione assolutamente ferma, ma, anche in perfetta salute, sono leggermente mobili rispetto all’osso. Come immagine mentale potremmo pensare ad una nave ormeggiata ad un molo: fa piccoli movimenti, ma non si muove più di tanto. Ora, di solito questo movimento naturale (sicuramente inferiore al millimetro) non è mai percepito a livello conscio, semplicemente perché… ci siamo abituati.
Se invece tale mobilità si comincia ad avvertire, consideriamolo come un campanello d’allarme.
Il movimento fisiologico
Questo fenomeno dipende dal fatto che gli elementi dentari non sono infissi come chiodi nel legno, ma ciascuno alloggia, con la parte radicolare, in una sede dell’osso (detta alveolo) che è leggermente più grande della radice stessa.
Alle pareti dell’alveolo la radice è legata, tramite il cemento che ha sulla superficie, da una quantità di corte fibre connettivali (dette legamento parodontale), che fanno sì che la radice non tocchi facilmente le pareti dell’alveolo osseo, ma rimanga “sospesa”.
Questo perché l’osso non sopporta bene la pressione, ma invece benissimo la trazione: essendo sospesa dal legamento, la radice in questa maniera non viene in contatto con le pareti alveolari, e l’integrità dell’osso è preservata.
Tale anatomia, dato che le fibre del legamento possono tendersi o rilassarsi, consente quindi una certa mobilità ai denti, che entro certi limiti è pertanto assolutamente normale.
I denti e il loro “sistema di ritenuta” (praticamente: cemento, legamento parodontale e alveolo) in realtà sono “progettati” per essere sottoposti ad un certo carico (e non di più), che si eserciti da una certa direzione che, anche se con un certo margine, sia ben definita.
Da una qualsiasi rx ortopanoramica è facile constatare, infatti, che le radici dei denti non sono disposte parallelamente le une alle altre, ma, con una certa approssimazione, sono disposte come raggi che partono da uno stesso centro, posto (più o meno) alla base del cranio.
Questo è più visibile nei denti dell’arcata inferiore, ma è presente anche nei superiori.
Tale disposizione risponde ad una precisa necessità: la posizione dell’asse delle radici è in funzione dell’asse del carico che devono sopportare. Precisamente il carico deve “pesare” sulla verticale del dente. In questa maniera le forze vengono scaricate lungo l’asse della radice, e sollecitano il legamento parodontale in maniera uniforme per tutta la circonferenza.
Fintanto che la direzione della sollecitazione è assiale, l’osso non è sottoposto ad alcuna conseguenza negativa, a patto che non vengano superati i limiti di carico: se questo fosse eccessivo si produrrebbero infatti ispessimenti della parete alveolare in corrispondenza dell’apice del dente, ma non se ne incrementerebbe la mobilità (che anzi potrebbe esserne diminuita).
Il sintomo mobilita’
Ma allora quando si produrrà una mobilità abnorme?
E’ presto detto.
Ci sono tre possibilità (e una non esclude l’altra, anzi le prime due spesso coesistono):
• genesi meccanica
• genesi biologica
• genesi infiammatoria
Vediamoli in dettaglio.
GENESI MECCANICA
Se il dente non viene sottoposto a forze assiali, ma disassate, il legamento non basterà a tenerlo sospeso nell’alveolo, e l’elemento dentario andrà perciò a spingere contro una parete dell’alveolo stesso.
Come già ricordato, l’osso sopporta bene la trazione, ma male la pressione: perciò la radice che spinge a contatto della parete alveolare produrrà un riassorbimento della medesima.
Il risultato sarà uno spazio aumentato tra radice e alveolo soprattutto nella parte più coronale della radice (la parte meno profonda nell’osso, per intenderci), e una diminuzione delle capacità di ritenuta delle fibre del legamento, che vengono quasi “snervate”.
Quindi il dente avrà più “libertà” nell’osso, e si muoverà.
Se il dente non viene sottoposto a forze assiali, ma disassate, il legamento non basterà a tenerlo sospeso nell’alveolo, e l’elemento dentario andrà perciò a spingere contro una parete dell’alveolo stesso. Come già ricordato, l’osso sopporta bene la trazione, ma male la pressione: perciò la radice che spinge a contatto della parete alveolare produrrà un riassorbimento della medesima. Il risultato sarà uno spazio aumentato tra radice e alveolo soprattutto nella parte più coronale della radice (la parte meno profonda nell’osso, per intenderci), e una diminuzione delle capacità di ritenuta delle fibre del legamento, che vengono quasi “snervate”. Quindi il dente avrà più “libertà” nell’osso, e si muoverà.
Questo avviene per forze transitorie, non costanti. In effetti in ortodonzia si sfrutta proprio questo comportamento dell’osso per spostare i denti. Ma le forze utilizzate sono perfettamente dosate: costanti e con una ben precisa intensità e direzione.
L’aumento della mobilità con genesi meccanica si verifica in maniera caratteristica quando ci sono disallineamenti dentari o protesi incongrue. In tali casi si creano veri e propri “piani inclinati” tra denti superiori ed inferiori, e ogni volta che i denti vengono a contatto si ottiene una forza breve ma intensa, e totalmente fuori asse, spesso solo su pochi elementi dentari, che nel tempo crea mobilità anche notevole.
Un altro caso in cui questo fenomeno si verifica è nei pazienti bruxisti, anche se connesso (e spesso mitigato) dall’abnorme usura dei denti.

GENESI BIOLOGICA
Tale fenomeno è tipico della malattia parodontale: i batteri si infiltrano nello spazio tra radice e alveolo, e la loro presenza e la conseguente risposta dell’organismo fa sì che le strutture che assicurano la “tenuta” del dente vengano progressivamente distrutte.
In tale maniera il “sistema parodonto” (ovvero alveolo, legamento, cemento), diminuendo di resistenza può diventare insufficiente, nell’aggravarsi della lesione, a contrastare efficacemente i carichi masticatori, anche quelli fisiologici, così come la spinta della lingua (infatti è tipico nei pazienti parodontali lo “sventagliamento” degli incisivi inferiori, e il diastema tra gli incisivi centrali superiori).
Questo produce la mobilità, che spesso è il primo sintomo che viene avvertito dal paziente parodontale, e anche l’ultimo, in quanto, in ultima analisi, produce la lussazione degli elementi dentari interessati e la loro perdita.
I due meccanismi di “produzione” del sintomo mobilità che abbiamo visto possono anche sovrapporsi e innescarsi a vicenda…
Da meccanica a biologica:
è facile notare come, in presenza di mobilità dentale notevole dovuta a carichi incongrui, ci siano quasi sempre fenomeni infiammatori a carico della gengiva circostante, dovuti allo stimolo meccanico ripetuto e costante. Questo può portare ad una diminuita resistenza del paziente all’attacco batterico, quindi ad una maggiore suscettibilità ad una malattia parodontale.
Da biologica a meccanica: come abbiamo visto, spesso il paziente parodontale manifesta spostamenti dei denti, e può accadere che gli elementi dentali, muovendosi, finiscano in una posizione che li sottopone a forze incongrue. Peggiorando quindi ulteriormente il sintomo mobilità.
GENESI INFIAMMATORIA
E’ quanto avviene nelle flogosi.
Processi infiammatori, di solito acuti, a carico della polpa del dente o del periodonto (gli ascessi, per dirla con parole comuni, sia endodontici che parodontali) provocano quasi sempre una mobilità abnorme dell’elemento dentario interessato, sia perché i tessuti molli attorno all’alveolo saranno resi dalla flogosi ancora più… molli, sia perché il fluido naturalmente presente in piccola quantità nello spazio tra radice e alveolo può essere molto aumentato dal processo infiammatorio.
Il risultato è una sorta di “galleggiamento” della radice nell’alveolo.
Inoltre le stesse fibre del legamento potrebbero risultare temporaneamente distrutte dalla eventuale fuoriuscita di pus (in questo caso è tipica la misurazione di una tasca parodontale molto profonda in un solo punto della circonferenza del dente: è una fistola).
Prognosi e terapia
GENESI MECCANICA
Se il problema è puramente meccanico occorre porre in atto, possibilmente con sollecitudine, tutta una serie di strumenti terapeutici, che vanno valutati caso per caso.
La ratio che ne sta alla base è però sempre la stessa: impedire che sull’elemento con accentuata mobilità continuino a gravare quelle forze incongrue che l’hanno reso tale.
Poi, qualche tempo dopo l’allontanamento dei fattori causali, è opportuno rivalutare la mobilità.
Se è tornata in un ambito normale la terapia è finita, invece se essa permane può essere necessario “bloccare” il dente in una data posizione, in maniera da ridurre il discomfort del paziente e la possibilità (neanche tanto remota) di una lussazione involontaria del dente (praticamente un’estrazione) durante la masticazione; evento, tra l’altro, molto doloroso e spiacevole, perché il sanguinamento di solito è notevole.
Le soluzioni terapeutiche spaziano da molaggio selettivo a ortodonzia o protesi.
Soprattutto se il paziente è in età adulta, va ricordata l’utilità di un costante monitoraggio parodontale, perché, come già visto, può succedere che la mobilità meccanica sia la “porta d’ingresso” ad una malattia parodontale.
Se la mobilità è di grado molto elevato e non regredisce, può rendersi necessaria addirittura l’estrazione dell’elemento interessato.
Scelta difficile ma alle volte obbligata, perché volta ad un miglioramento della qualità di vita del paziente.
La prognosi pertanto varia fortemente in base a fattori come: grado della mobilità, elemento interessato, possibilità di sostituirlo protesicamente, età e stato del paziente, ecc.
GENESI BIOLOGICA
In questo caso, la riduzione della mobilità non è l’obiettivo primario: lo è, invece, l’arresto della progressione della malattia parodontale.
Terapie, quindi, volte ad ottenere una diminuzione della mobilità (come lo splintaggio, ovvero un forma di unione meccanica – un filo d’acciaio, una rete di materiale plastico – o la protesizzazione degli elementi più mobili con altri meno mobili, o tra di loro – al fine di creare un insieme più solido) possono certamente essere effettuate, ma sono accettabili solo se non riducono la possibilità di curare il problema principale.
La necessità di permettere le terapie parodontali ha la precedenza, quindi, su ogni altra considerazione.
In altri termini, se ad esempio si esegue un ponte sui quattro incisivi inferiori per diminuirne la mobilità complessiva “legandoli” insieme, tale ponte deve essere realizzato in maniera da non precludere le manovre di pulizia del paziente e quelle professionali (scaling e curettaggio della lesione) che possono dare buoni risultati nel controllo del problema parodontale.
Se ciò non è possibile, il ponte è preferibile non eseguirlo affatto.
La prognosi del “sintomo mobilità”, pertanto, sul lungo termine è strettamente dipendente da quella della malattia parodontale.
GENESI INFIAMMATORIA
Di norma, l’accentuata mobilità regredisce del tutto dopo la guarigione dell’infiammazione (che può essere anche spontanea, senza intervento medico).
Pertanto non si attua, generalmente, alcuna terapia specifica contro la mobilità.
La prognosi, se si domina l’infiammazione, è ottima.
Conclusioni
“Sentire” che un dente è più mobile degli altri deve essere un campanello d’allarme da non sottovalutare.
Una visita da un odontoiatra dirimerà ogni dubbio, ma va ricordato che sarebbe bene fare un check-up odontoiatrico COMUNQUE, anche in perfetta salute, almeno una volta l’anno, perché moltissime patologie che hanno una cura lunga, costosa, “antipatica” e dall’esito incerto, se scoperte all’inizio della loro insorgenza sono sicuramente molto meno gravi.

 

naslov MOBILITA' DEI DENTI<br /><br />
Si muovono i denti: che succede?<br /><br />
A molti sarà già capitato di sentire uno o più denti muoversi, e oscillare sotto la spinta della lingua o durante la masticazione.<br /><br />
Cominciando a trattare questo argomento, è doveroso ricordare subito che i denti non hanno una posizione assolutamente ferma, ma, anche in perfetta salute, sono leggermente mobili rispetto all'osso. Come immagine mentale potremmo pensare ad una nave ormeggiata ad un molo: fa piccoli movimenti, ma non si muove più di tanto. Ora, di solito questo movimento naturale (sicuramente inferiore al millimetro) non è mai percepito a livello conscio, semplicemente perché… ci siamo abituati.<br /><br />
Se invece tale mobilità si comincia ad avvertire, consideriamolo come un campanello d'allarme.<br /><br />
Il movimento fisiologico<br /><br />
Questo fenomeno dipende dal fatto che gli elementi dentari non sono infissi come chiodi nel legno, ma ciascuno alloggia, con la parte radicolare, in una sede dell'osso (detta alveolo) che è leggermente più grande della radice stessa.<br /><br />
Alle pareti dell'alveolo la radice è legata, tramite il cemento che ha sulla superficie, da una quantità di corte fibre connettivali (dette legamento parodontale), che fanno sì che la radice non tocchi facilmente le pareti dell'alveolo osseo, ma rimanga "sospesa".<br /><br />
Questo perché l'osso non sopporta bene la pressione, ma invece benissimo la trazione: essendo sospesa dal legamento, la radice in questa maniera non viene in contatto con le pareti alveolari, e l'integrità dell'osso è preservata.<br /><br />
Tale anatomia, dato che le fibre del legamento possono tendersi o rilassarsi, consente quindi una certa mobilità ai denti, che entro certi limiti è pertanto assolutamente normale.<br /><br />
I denti e il loro "sistema di ritenuta" (praticamente: cemento, legamento parodontale e alveolo) in realtà sono "progettati" per essere sottoposti ad un certo carico (e non di più), che si eserciti da una certa direzione che, anche se con un certo margine, sia ben definita.<br /><br />
Da una qualsiasi rx ortopanoramica è facile constatare, infatti, che le radici dei denti non sono disposte parallelamente le une alle altre, ma, con una certa approssimazione, sono disposte come raggi che partono da uno stesso centro, posto (più o meno) alla base del cranio.<br /><br />
Questo è più visibile nei denti dell'arcata inferiore, ma è presente anche nei superiori.<br /><br />
Tale disposizione risponde ad una precisa necessità: la posizione dell'asse delle radici è in funzione dell'asse del carico che devono sopportare. Precisamente il carico deve "pesare" sulla verticale del dente. In questa maniera le forze vengono scaricate lungo l'asse della radice, e sollecitano il legamento parodontale in maniera uniforme per tutta la circonferenza.<br /><br />
Fintanto che la direzione della sollecitazione è assiale, l'osso non è sottoposto ad alcuna conseguenza negativa, a patto che non vengano superati i limiti di carico: se questo fosse eccessivo si produrrebbero infatti ispessimenti della parete alveolare in corrispondenza dell'apice del dente, ma non se ne incrementerebbe la mobilità (che anzi potrebbe esserne diminuita).<br /><br />
Il sintomo mobilita'<br /><br />
Ma allora quando si produrrà una mobilità abnorme?<br /><br />
E' presto detto.<br /><br />
Ci sono tre possibilità (e una non esclude l'altra, anzi le prime due spesso coesistono):<br /><br />
• genesi meccanica<br /><br />
• genesi biologica<br /><br />
• genesi infiammatoria<br /><br />
Vediamoli in dettaglio.<br /><br />
GENESI MECCANICA<br /><br />
Se il dente non viene sottoposto a forze assiali, ma disassate, il legamento non basterà a tenerlo sospeso nell'alveolo, e l'elemento dentario andrà perciò a spingere contro una parete dell'alveolo stesso.<br /><br />
Come già ricordato, l'osso sopporta bene la trazione, ma male la pressione: perciò la radice che spinge a contatto della parete alveolare produrrà un riassorbimento della medesima.<br /><br />
Il risultato sarà uno spazio aumentato tra radice e alveolo soprattutto nella parte più coronale della radice (la parte meno profonda nell'osso, per intenderci), e una diminuzione delle capacità di ritenuta delle fibre del legamento, che vengono quasi "snervate".<br /><br />
Quindi il dente avrà più "libertà" nell'osso, e si muoverà.<br /><br />
Se il dente non viene sottoposto a forze assiali, ma disassate, il legamento non basterà a tenerlo sospeso nell'alveolo, e l'elemento dentario andrà perciò a spingere contro una parete dell'alveolo stesso. Come già ricordato, l'osso sopporta bene la trazione, ma male la pressione: perciò la radice che spinge a contatto della parete alveolare produrrà un riassorbimento della medesima. Il risultato sarà uno spazio aumentato tra radice e alveolo soprattutto nella parte più coronale della radice (la parte meno profonda nell'osso, per intenderci), e una diminuzione delle capacità di ritenuta delle fibre del legamento, che vengono quasi "snervate". Quindi il dente avrà più "libertà" nell'osso, e si muoverà.<br /><br />
Questo avviene per forze transitorie, non costanti. In effetti in ortodonzia si sfrutta proprio questo comportamento dell'osso per spostare i denti. Ma le forze utilizzate sono perfettamente dosate: costanti e con una ben precisa intensità e direzione.<br /><br />
L'aumento della mobilità con genesi meccanica si verifica in maniera caratteristica quando ci sono disallineamenti dentari o protesi incongrue. In tali casi si creano veri e propri "piani inclinati" tra denti superiori ed inferiori, e ogni volta che i denti vengono a contatto si ottiene una forza breve ma intensa, e totalmente fuori asse, spesso solo su pochi elementi dentari, che nel tempo crea mobilità anche notevole.<br /><br />
Un altro caso in cui questo fenomeno si verifica è nei pazienti bruxisti, anche se connesso (e spesso mitigato) dall'abnorme usura dei denti.</p><br />
<p>GENESI BIOLOGICA<br /><br />
Tale fenomeno è tipico della malattia parodontale: i batteri si infiltrano nello spazio tra radice e alveolo, e la loro presenza e la conseguente risposta dell'organismo fa sì che le strutture che assicurano la "tenuta" del dente vengano progressivamente distrutte.<br /><br />
In tale maniera il "sistema parodonto" (ovvero alveolo, legamento, cemento), diminuendo di resistenza può diventare insufficiente, nell'aggravarsi della lesione, a contrastare efficacemente i carichi masticatori, anche quelli fisiologici, così come la spinta della lingua (infatti è tipico nei pazienti parodontali lo "sventagliamento" degli incisivi inferiori, e il diastema tra gli incisivi centrali superiori).<br /><br />
Questo produce la mobilità, che spesso è il primo sintomo che viene avvertito dal paziente parodontale, e anche l'ultimo, in quanto, in ultima analisi, produce la lussazione degli elementi dentari interessati e la loro perdita.<br /><br />
I due meccanismi di "produzione" del sintomo mobilità che abbiamo visto possono anche sovrapporsi e innescarsi a vicenda…<br /><br />
Da meccanica a biologica:<br /><br />
è facile notare come, in presenza di mobilità dentale notevole dovuta a carichi incongrui, ci siano quasi sempre fenomeni infiammatori a carico della gengiva circostante, dovuti allo stimolo meccanico ripetuto e costante. Questo può portare ad una diminuita resistenza del paziente all'attacco batterico, quindi ad una maggiore suscettibilità ad una malattia parodontale.<br /><br />
Da biologica a meccanica: come abbiamo visto, spesso il paziente parodontale manifesta spostamenti dei denti, e può accadere che gli elementi dentali, muovendosi, finiscano in una posizione che li sottopone a forze incongrue. Peggiorando quindi ulteriormente il sintomo mobilità.<br /><br />
GENESI INFIAMMATORIA<br /><br />
E' quanto avviene nelle flogosi.<br /><br />
 Processi infiammatori, di solito acuti, a carico della polpa del dente o del periodonto (gli ascessi, per dirla con parole comuni, sia endodontici che parodontali) provocano quasi sempre una mobilità abnorme dell'elemento dentario interessato, sia perché i tessuti molli attorno all'alveolo saranno resi dalla flogosi ancora più… molli, sia perché il fluido naturalmente presente in piccola quantità nello spazio tra radice e alveolo può essere molto aumentato dal processo infiammatorio.<br /><br />
Il risultato è una sorta di "galleggiamento" della radice nell'alveolo.<br /><br />
Inoltre le stesse fibre del legamento potrebbero risultare temporaneamente distrutte dalla eventuale fuoriuscita di pus (in questo caso è tipica la misurazione di una tasca parodontale molto profonda in un solo punto della circonferenza del dente: è una fistola).<br /><br />
Prognosi e terapia<br /><br />
GENESI MECCANICA<br /><br />
Se il problema è puramente meccanico occorre porre in atto, possibilmente con sollecitudine, tutta una serie di strumenti terapeutici, che vanno valutati caso per caso.<br /><br />
La ratio che ne sta alla base è però sempre la stessa: impedire che sull'elemento con accentuata mobilità continuino a gravare quelle forze incongrue che l'hanno reso tale.<br /><br />
Poi, qualche tempo dopo l'allontanamento dei fattori causali, è opportuno rivalutare la mobilità.<br /><br />
Se è tornata in un ambito normale la terapia è finita, invece se essa permane può essere necessario "bloccare" il dente in una data posizione, in maniera da ridurre il discomfort del paziente e la possibilità (neanche tanto remota) di una lussazione involontaria del dente (praticamente un'estrazione) durante la masticazione; evento, tra l'altro, molto doloroso e spiacevole, perché il sanguinamento di solito è notevole.<br /><br />
Le soluzioni terapeutiche spaziano da molaggio selettivo a ortodonzia o protesi.<br /><br />
Soprattutto se il paziente è in età adulta, va ricordata l'utilità di un costante monitoraggio parodontale, perché, come già visto, può succedere che la mobilità meccanica sia la "porta d'ingresso" ad una malattia parodontale.<br /><br />
Se la mobilità è di grado molto elevato e non regredisce, può rendersi necessaria addirittura l'estrazione dell'elemento interessato.<br /><br />
Scelta difficile ma alle volte obbligata, perché volta ad un miglioramento della qualità di vita del paziente.<br /><br />
La prognosi pertanto varia fortemente in base a fattori come: grado della mobilità, elemento interessato, possibilità di sostituirlo protesicamente, età e stato del paziente, ecc.<br /><br />
GENESI BIOLOGICA<br /><br />
In questo caso, la riduzione della mobilità non è l'obiettivo primario: lo è, invece, l'arresto della progressione della malattia parodontale.<br /><br />
Terapie, quindi, volte ad ottenere una diminuzione della mobilità (come lo splintaggio, ovvero un forma di unione meccanica - un filo d'acciaio, una rete di materiale plastico - o la protesizzazione degli elementi più mobili con altri meno mobili, o tra di loro - al fine di creare un insieme più solido) possono certamente essere effettuate, ma sono accettabili solo se non riducono la possibilità di curare il problema principale.<br /><br />
La necessità di permettere le terapie parodontali ha la precedenza, quindi, su ogni altra considerazione.<br /><br />
In altri termini, se ad esempio si esegue un ponte sui quattro incisivi inferiori per diminuirne la mobilità complessiva "legandoli" insieme, tale ponte deve essere realizzato in maniera da non precludere le manovre di pulizia del paziente e quelle professionali (scaling e curettaggio della lesione) che possono dare buoni risultati nel controllo del problema parodontale.<br /><br />
Se ciò non è possibile, il ponte è preferibile non eseguirlo affatto.<br /><br />
La prognosi del "sintomo mobilità", pertanto, sul lungo termine è strettamente dipendente da quella della malattia parodontale.<br /><br />
GENESI INFIAMMATORIA<br /><br />
Di norma, l'accentuata mobilità regredisce del tutto dopo la guarigione dell'infiammazione (che può essere anche spontanea, senza intervento medico).<br /><br />
Pertanto non si attua, generalmente, alcuna terapia specifica contro la mobilità.<br /><br />
La prognosi, se si domina l'infiammazione, è ottima.<br /><br />
Conclusioni<br /><br />
"Sentire" che un dente è più mobile degli altri deve essere un campanello d'allarme da non sottovalutare.<br /><br />
Una visita da un odontoiatra dirimerà ogni dubbio, ma va ricordato che sarebbe bene fare un check-up odontoiatrico COMUNQUE, anche in perfetta salute, almeno una volta l'anno, perché moltissime patologie che hanno una cura lunga, costosa, "antipatica" e dall'esito incerto, se scoperte all'inizio della loro insorgenza sono sicuramente molto meno gravi.<br /><br />
www.croaziadentisti.com
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TRATTAMENTI SBIANCANTI DAL DENTISTA

Listopad 28th, 2014

La scheda informativa: Denti bianchi: come riscoprire un sorriso ancora piú bianco.
Se si desidera sbiancare o rendere piú brillanti i denti in maniera veloce, il dentista potrebbe essere la soluzione vincente.

TUTTI POSSONO TROVARE BENEFICIO DALLO SBIANCAMENTO DENTALE?
Solo il dentista puó determinare se un proprio paziente puó trarre beneficio dal trattamento sbiancante. Dopo aver appurato la fattibilitá, il dentista inizierà con una rimozione del tartaro.
Alcune situazioni richiedono molta attenzione. Le seguenti tipologie di persone non sono adatte a questo tipo di trattamento:
• Bambini con etá inferiore ai 16 anni.
• Donne in gravidanza o in allattamento, ma solo a titolo precauzionale.
• Persone con denti o gengive molto sensibili.
• Pazienti allergici al perossido d’idrogeno.
• Persone affette da gengivite, parodontite o carie ad uno stato avanzato.
• Persone con otturazioni, corone o faccette, dato che non possono essere sbiancati.

TRATTAMENTI SBIANCANTI PRESSO LO STUDIO DENTISTICO.
Le sessioni tenute nello studio dentistico, saranno effettuate dal dentista stesso, e consistono nell’alleggerimento della macchia tramite una soluzione a base di perossido d’idrogeno, fotoattivata da una lampada ad alta energia posta a diretto contatto con i denti.
Grazie allo sviluppo di queste tecniche, le sessioni si sono notevolmente accorciate, e durano dai 30 ai 90 minuti, con risultati immediati.

TRATTAMENTI SBIANCANTI IN STUDIO E DOMICILIARI.
Il dentista potrebbe anche suggerire un trattamento sbiancante da effettuare a casa. Questo metodo unisce un trattamento sbiancante domiciliare a controlli sistematici in studio. Il processo si attua in tre fasi:
1. Durante la visita il dentista prenderá l’impronta superiore ed inferiore dei denti, per poter produrre due mascherine dove verrá inserito un gel sbiancante.
2. Le mascherine vengono provate sotto la supervisione del dentista. A seconda della concentrazione del prodotto, la mascherina puó essere utilizzata di notte o durante il giorno. Sará il dentista stesso a stabilire la durata delle singole sessioni, la frequenza e la modalità d’uso.
3. Dopo una settimana il dentista controllerá il risultato, e deciderá se prolungare o no il trattamento.

http://www.listerine.it/consigli/carie/trattamenti-denti-bianchi